E' forse una storia semplice, ma con una morale chiara e diretta: se hai un sogno, inseguilo fino in fondo!
Così un giovane fan vietnamita dell'Arsenal ha seguito per oltre 5 km il bus della squadra, (ottenendo per un po' anche un passaggio in motorino), fin quando è riuscito a salire.
Seguono autografi, foto, regalo della maglietta, e soprattutto il ricordo di un traguardo tanto inaspettato quanto meritato!
J.
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giovedì 18 luglio 2013
domenica 5 maggio 2013
Il 5 maggio
32 anni NON devono farci dimenticare.
Il 5 maggio 1981 morì l'irlandese Bobby Sands, a seguito di uno sciopero della fame condotto ad oltranza come forma di protesta contro il regime carcerario cui erano sottoposti i detenuti repubblicani.
Storia d'Irlanda, storia di Europa.
Oltre 100 mila persone presero parte ai funerali.
Credo che la frase più bella in assoluto sia quella riprodotta su un murales di Belfast.
"La nostra vendetta saranno le risate dei nostri bambini".
j.
Il 5 maggio 1981 morì l'irlandese Bobby Sands, a seguito di uno sciopero della fame condotto ad oltranza come forma di protesta contro il regime carcerario cui erano sottoposti i detenuti repubblicani.
Storia d'Irlanda, storia di Europa.
Oltre 100 mila persone presero parte ai funerali.
Credo che la frase più bella in assoluto sia quella riprodotta su un murales di Belfast.
"La nostra vendetta saranno le risate dei nostri bambini".
j.
mercoledì 24 aprile 2013
25 aprile
In occasione del 25 aprile, pubblico una foto che rappresenta una storia.
Perchè certe storie hanno il dovere di essere raccontate.
Jean
Perchè certe storie hanno il dovere di essere raccontate.
Jean
Una foto, una storia che vale la pena raccontare.
Perche può dimostrare che c’è una speranza. Perché se un gesto vale una vita allora questo gesto ne vale migliaia. Perché nessuno ricorderà mai i nomi di tutte le mani tese quando in mezzo a loro ci sono due braccia conserte.
Quelle di August Landmesser.
Germania Nazista. 13 Giugno 1936, Cantieri navali di Amburgo. Il Fuhrer assiste al varo di una nuova nave. August Landmesser lavora come operaio, con la tessera del partito Nazista in tasca. Il Nazismo ha ormai il potere assoluto e senza tessera sarebbe impossibile anche solo sperare di lavorare.
Da qualche giorno gli hanno comunicato che a causa delle nuove leggi razziali il suo matrimonio con una donna ebrea è nullo, che le due figlie non potranno mai portare il suo cognome, che è accusato di aver “disonorato la razza” e che sarà processato. Non c’è appello nè possibilità di far valere le sue ragioni. Da una parte c’è lui, un operaio tedesco armato solo di forza di volontà e di braccia, dall’altra ci sono l’ideologia, la difesa della razza, la pretesa superiorità di un popolo, un ipotetico e folle onore da tutelare ad ogni costo. Così decide di strappare la tessera del partito e di usare l’unica arma che ha, le sue braccia, per manifestare il dissenso. E si schiera, da solo, contro la più micidiale e spietata macchina da guerra che l’umanità abbia mai conosciuto. Solo. Ed approfitta di quel varo del 13 Giugno per far vedere allo stesso Fuhrer che lui, almeno lui, non è d’accordo. E ci riesce. L’unico a non tendere la mano in mezzo a centinaia di altri. Un gesto apparentemente insignificante che però viene notato e, grazie a dio, fotografato. Il gesto è piccolo ma troppo forte anche per la dittatura più feroce. Troppo rischioso lasciare che anche un uomo soltanto si permetta di non essere d’accordo. Da quel gesto in poi, come aveva immaginato, la sua vita subirà una tragica spirale di conseguenze. Licenziato, ridotto sul lastrico, processato, incarcerato per due lunghi periodi di rieducazione, che però non arriverà mai. Quando viene scarcerato è solo per essere mandato a combattere forzatamente come ultima risorsa umana disponibile, poco prima del crollo del Nazismo. E infine ucciso e sepolto insieme ad altre migliaia di soldati improvvisati e sconosciuti. Se non ci fosse stata questa foto sarebbe rimasto senza memoria e senza giustizia. Senza quel gesto sarebbe stata solo un’altra mano tesa fra le altre.
Il suo essere in disaccordo lo ha reso l’unico, in quel momento, degno di chiamarsi Uomo.
Perche può dimostrare che c’è una speranza. Perché se un gesto vale una vita allora questo gesto ne vale migliaia. Perché nessuno ricorderà mai i nomi di tutte le mani tese quando in mezzo a loro ci sono due braccia conserte.
Quelle di August Landmesser.
Germania Nazista. 13 Giugno 1936, Cantieri navali di Amburgo. Il Fuhrer assiste al varo di una nuova nave. August Landmesser lavora come operaio, con la tessera del partito Nazista in tasca. Il Nazismo ha ormai il potere assoluto e senza tessera sarebbe impossibile anche solo sperare di lavorare.
Da qualche giorno gli hanno comunicato che a causa delle nuove leggi razziali il suo matrimonio con una donna ebrea è nullo, che le due figlie non potranno mai portare il suo cognome, che è accusato di aver “disonorato la razza” e che sarà processato. Non c’è appello nè possibilità di far valere le sue ragioni. Da una parte c’è lui, un operaio tedesco armato solo di forza di volontà e di braccia, dall’altra ci sono l’ideologia, la difesa della razza, la pretesa superiorità di un popolo, un ipotetico e folle onore da tutelare ad ogni costo. Così decide di strappare la tessera del partito e di usare l’unica arma che ha, le sue braccia, per manifestare il dissenso. E si schiera, da solo, contro la più micidiale e spietata macchina da guerra che l’umanità abbia mai conosciuto. Solo. Ed approfitta di quel varo del 13 Giugno per far vedere allo stesso Fuhrer che lui, almeno lui, non è d’accordo. E ci riesce. L’unico a non tendere la mano in mezzo a centinaia di altri. Un gesto apparentemente insignificante che però viene notato e, grazie a dio, fotografato. Il gesto è piccolo ma troppo forte anche per la dittatura più feroce. Troppo rischioso lasciare che anche un uomo soltanto si permetta di non essere d’accordo. Da quel gesto in poi, come aveva immaginato, la sua vita subirà una tragica spirale di conseguenze. Licenziato, ridotto sul lastrico, processato, incarcerato per due lunghi periodi di rieducazione, che però non arriverà mai. Quando viene scarcerato è solo per essere mandato a combattere forzatamente come ultima risorsa umana disponibile, poco prima del crollo del Nazismo. E infine ucciso e sepolto insieme ad altre migliaia di soldati improvvisati e sconosciuti. Se non ci fosse stata questa foto sarebbe rimasto senza memoria e senza giustizia. Senza quel gesto sarebbe stata solo un’altra mano tesa fra le altre.
Il suo essere in disaccordo lo ha reso l’unico, in quel momento, degno di chiamarsi Uomo.
martedì 29 gennaio 2013
La vera Vittoria
Vincere, a qualunque costo.
E' questo l'imperativo che viene spesso ripetuto come un mantra negli ambienti "sportivi".
La regola è spesso interpretata alla lettera, ma esistono sane eccezioni, che incredibilmente non fanno rumore.
I mass media italiani hanno quasi ignorato un episodio che avrebbe meritato altra luce, perchè è una di quelle storie di cui abbiamo un tremendo bisogno, fosse anche solo per scaldarci il cuore e rinfrescarci la memoria sui valori sportivi.
Siamo in Spagna, il 2 dicembre scorso, dove si corre una gara di cross country e il keniano Abel Mutai, 24 anni, medaglia di bronzo nei 3000m siepi ai Giochi Olimpici di Londra, è in procinto di tagliare il traguardo.
Mancano pochissimi metri quando il keniano, che ha dominato la corsa, rallenta in prossimità del traguardo guardandosi l'orologio e credendo di essere arrivato.
Frena il passo, ma la finish lane è poco più in là, e soprattutto dietro di lui incombe la cavalcata di un altro concorrente: Ivan Fernandez Anaya.
L'atleta basco potrebbe superarlo e battere il bronzo di Londra ma...non lo fa, anzi, gli indica che non è ancora finita, mostrandogli l'arrivo in avanti e guidandolo verso la vittoria.
"Io non meritavo di vincere - ha detto Ivan (che amo definire "Il Grande") - Ho fatto quello che dovevo fare. Lui era il legittimo vincitore. Anche se mi avessero detto che la vittoria mi avrebbe garantito un posto nella squadra spagnola per i campionati europei, non l’avrei fatto. Perché oggi, con il modo in cui vanno le cose in tutti gli ambienti: nel calcio, nella società, nella politica, in cui sembra che tutto sia permesso, un gesto di onestà è anche più importante."
Jean
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